Dagli annunci politici alla realtà digitale, il percorso a ostacoli per la tutela dei minori online. Tra il nodo cruciale della privacy degli adulti, le sfide tecniche dell’anonimato e il rischio di sistemi facilmente aggirabili, l’obbligo di “age verification” resta per ora al palo.
Sembrava una svolta imminente. Sull’onda dell’emozione per fatti di cronaca e di una crescente consapevolezza sui rischi del digitale per i più giovani, la politica – in Italia con il decreto Caivano e in Europa con il Digital Services Act (DSA) – aveva promesso un giro di vite: stop all’accesso ai siti pornografici per i minori. Lo strumento prescelto? L’age verification, la verifica obbligatoria dell’età.
Eppure, a distanza di mesi dagli annunci, navigare su piattaforme per adulti rimane, nella maggior parte dei casi, semplice come fare un clic su “Ho più di 18 anni”. Perché i blocchi non sono ancora scattati? La risposta non sta nella mancanza di volontà politica, ma in un complesso intreccio di diritti fondamentali e limiti tecnologici che si sta rivelando molto più difficile da sciogliere del previsto.
Il dilemma fondamentale: proteggere i minori senza “schedare” gli adulti
Il principale freno all’entrata in vigore dei blocchi è un gigantesco conflitto di interessi tra due diritti sacrosanti: la tutela dei minori dalla visione di contenuti inappropriati e il diritto alla privacy e all’anonimato degli adulti.
Per bloccare efficacemente un minore, un sito deve avere la certezza che l’utente che sta tentando l’accesso non abbia 18 anni. Questo significa, inevitabilmente, richiedere una prova. Ma chiedere a un utente di caricare la propria carta d’identità, o di usare lo SPID, per accedere a Pornhub o YouPorn, apre scenari inquietanti in termini di privacy.
“Il rischio è la creazione di un database globale delle abitudini sessuali degli adulti”, avvertono da tempo i garanti della privacy europei e le associazioni per i diritti digitali. Chi gestirebbe questi dati? Quanto sarebbero sicuri? La storia recente del web è costellata di data breach (furti di dati). Se un archivio contenente le identità di milioni di utenti di siti pornografici venisse violato, le conseguenze personali e sociali sarebbero devastanti, esponendo i cittadini a ricatti e discriminazioni.
La ricerca del “doppio anonimato”
Consapevoli di questo rischio, le autorità di regolamentazione (in Italia l’AGCOM, l’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) stanno frenando sull’implementazione immediata per cercare una soluzione tecnica che garantisca il cosiddetto “doppio anonimato”.
In sintesi, si cerca un sistema in cui:
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Il sito pornografico sappia che l’utente è maggiorenne, ma non sappia chi è.
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L’ente che certifica l’età (ad esempio un provider di identità digitale) sappia chi è l’utente, ma non sappia quale sito sta visitando.
È una quadratura del cerchio complessa. In Italia si sta studiando l’ipotesi di utilizzare un sistema basato su SPID o CIE (Carta d’Identità Elettronica), ma mediato da una “app terza” o un “wallet” digitale che generi un token anonimo. Un sistema che, tuttavia, non è ancora pronto su larga scala e richiede tempo per essere sviluppato e testato in modo sicuro.
Il nodo dell’efficacia e i “bypass” facili
C’è poi un terzo problema, non meno rilevante: l’efficacia. Internet è una rete globale e imporre regole locali è notoriamente difficile.
Se l’Italia, o persino l’intera UE, imponesse un sistema rigido di verifica dell’età, i siti gestiti da paesi extra-europei con normative più lasche potrebbero semplicemente ignorare l’obbligo. Inoltre, i nativi digitali sono spesso un passo avanti rispetto ai legislatori. L’uso di VPN (Virtual Private Networks) per simulare una connessione da un altro Paese è ormai una pratica diffusa anche tra gli adolescenti. Un blocco nazionale o europeo potrebbe essere aggirato in pochi secondi, rendendo la misura un inutile aggravio burocratico per gli utenti onesti e una portaerei per i servizi di VPN.
Cosa aspettarsi ora?
La situazione è di stallo, ma non di abbandono. L’AGCOM sta continuando le consultazioni tecniche con gli stakeholder per definire linee guida che siano conformi al GDPR (il regolamento europeo sulla privacy).
È probabile che i blocchi arriveranno, ma non saranno la “serrata” immediata che molti si aspettavano. Si andrà probabilmente verso un’introduzione graduale, testando tecnologie di age assurance (stima dell’età, magari tramite analisi biometrica del volto senza riconoscimento facciale, anch’essa però controversa) prima di arrivare a sistemi di age verification vera e propria basati su documenti.
La sfida è trovare una tecnologia che non trasformi la navigazione online in uno stato di sorveglianza, pur garantendo che il recinto digitale per i più piccoli abbia porte che funzionano davvero. Finché questa tecnologia non sarà matura e sicura, i blocchi resteranno sulla carta.
